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Incerta è l'origine del nome, legata alle vicissitudini storiche del nucleo abitato. Le prime testimonianze parlano di un Castrum Byanelli, presidio romano sulla via Popilia. Il toponimo deriva infatti dal possessivo gentilizio romano Vibianutum, diminutivo di Vibianus. Curiosa è anche la derivazione del nome da una antica leggenda barbarica. Si racconta infatti che a una regina barbara di passaggio sulle sponde del Mercure, intenta a dissetarsi alle fonti del fiume, le cadde l'anello nuziale nell'acqua. Ordina così a un suo fedele di setacciare in ogni dove il fondo del fiume e quando questi intravede l'anello rispecchiarsi tra le acque, non può che esplodere in urlo incontenibile di gioia: Vidi anello, regina! E la regina, dopo aver battezzato quel luogo in Vidianello, poté riprendere felice il cammino. Documenti alla mano, è solo in una carta del 1132 che compare per la prima volta il nome Vinginello. Dal Registro della Cancelleria Angioina (anni 1278 - 79) è riportato ancora il toponimo Byanelli ("Notarus Robertus... vassalli... Santi Arcangeli er Terrae Byanelli Iustitieratu Basilicatae"). Ma già in tempi di dominazione aragonese, alcuni documenti del 1483/94 riportano il nome 'Viggianello'. Dall'XII al XV sec. si può così ricostruire la trasformazione graduale del nome, secondo questa probabile successione: Byanellum, Byanelli, Vincianelli, Vingianello, Viggianello. Il nome potrebbe derivare ancora da un legno speciale della zona che serviva per produrre armi da guerra (il Vincaliellum).
Le origini
Anche le origini del paese sembrano essere poco chiare. Fonti parlano di primi insediamenti di monaci basiliani risalenti al X sec.: l'Eparchia monastica del Mercurion vi promosse un incisivo processo di antropizzazione ed evangelizzazione le cui testimonianze - cappelle ipogee e laure eremetiche - sono tuttora presenti sul territorio comunale.
Altre fonti dicono che sia stato fondato da profughi in conseguenza della distruzione di Sibari, divenendo, secondo Tito Livio, roccaforte romana sulla via Popilia. L'appellativo romano "Castrum Byanelli", che si registra in alcune carte aragonesi, trova conferma da questa tesi. Anche in questo caso si trovano aree di interesse archeologico che fanno pensare ad insediamenti piuttosto considerevoli risalenti sia all'età greca che all'età romana. Alla preistoria risalgono con tutta probabilità i primi insediamenti umani: lo attestano le numerose testimonianze ritrovate nella conca del Mercure: la lignite, i graffiti e il 'bos primigenius' della Grotta del Romito in quel di Papasidero, l'elephas antiquius, ritrovato nel territorio di Rotonda e un buon numero di oggetti levigati appartenuti a civiltà paleolitiche e neolitiche. Dopo l'importante parentesi basiliana, l'attuale centro abitato si sviluppò a partire dall'XI sec. attorno a un fortilizio normanno. Viggianello appartenne dal 1484 al 1809 alla famiglia napoletana dei Sanseverino-Bisignano, che vi costruirono l'omonimo castello, prima appartenuto alla famiglia dei Bozzuto.
Il centro storico è costellato da numerosi nuclei abitati di diverse dimensioni, una tipologia insediativa anomala, che caratterizza ancor oggi questo territorio, peraltro storicamente sempre documentata, come attestano alcune carte del 1797. Viggianello - dopo essersi organizzato in comune nel 1808 secondo gli emendamenti francesi -, partecipa attivamente alle fasi dell'Unità d'Italia. In particolare queste terre furono teatro di scontro fra briganti ed esercito piemontese: l'oralità conserva ancora gesta ed aneddoti di uccisioni, razzie, battaglie e imboscate. Il paese delle ginestre, omaggio alla gialla ed intensa cortina di fiori di ginestra, che in maggio avvolge il paesello, è definizione di Ferdinando Santoro, insigne ma ancora poco studiato scrittore e critico letterario viggianellese, napoletano di adozione.
LEGGENDE E CURIOSITÀ
L'origine del toponimo Viggianello
La leggenda vuole che un giorno una regina barbara scese con la sua chinèa a dissetarsi alle sorgenti del fiume Mercure. Mentre si chinava per bere, l'anello nuziale le cadde dall'anulare nell'acqua. La regina pianse per l'anello perduto, che la legava in voto al suo morto amore. Cercò disperatamente di ritrovarlo, senza però riuscirvi. Un suo fedele servitore, vedendo la regina piangente, le promise che a costo di farsi mordere le mani dalle aspidi acquatiche avrebbe ritrovato l'anello. La regina tornò al castello. Il Fedele servitore continuò a cercare per tutta la notte. La regina piangeva e si disperava per dover tornare sulla tomba del suo amore senza anello al dito. Ma quando la luna rischiarò il fiume, il servitore gridò: "Vidi anello regina!". Tuffò la mano, colse la gemma e la riportò alla sua padrona. La regina così, con la sua chinèa, corse sulla tomba del suo amato. Da questo mito fluviale sarebbe nato Vidianello. Poi Viggianello. La regina barbara vi venne a morire, e fu sepolta nel letto del fiume, insieme con la sua bianca chinèa.
La Vergine Ardenza
Si narra che una Vergine di nome Ardenza, che aveva fatto voto di castità, fuggita dal castello paterno, si rifugiò nei boschi per sfuggire alle nozze imposte dal padre con il principe vicino. Ovunque Ardenza posava il piede nasceva un giglio di fiamma o un giglio di neve. La Vergine era bellissima che pareva nata dal sole e dall'acqua chiara. Si dice che le api ogni giorno le offrissero un favo di miele dolce e delicato. Era il suo cibo. Pregava e cantava. Parlava con gli usignoli, coi fiori e con gli angeli, che la svegliavano al mattino e l'addormentavano la sera. Al castello e al paese tutti la credevano morta e la piansero. Un giorno però il principe della Terra vicina organizzo una battuta di caccia. Ardenza, impaurita per l'abbaiare dei cani e dal nitrire dei cavalli, dal rumore delle scure, che i partecipanti utilizzavano per abbattere qualche arbusto che ostacolava la caccia, si impaurì e si nascose in una macchia di mirto. Tutti i cavalli passarono. Solo un cane, il più diletto al principe, del quale si era impossessato il diavolo, si fermo davanti alla macchia e abbaiò. Il principe pensò di trovarvi un covo di lepri, invece, con sorpresa trovò Ardenza. La volle togliere al Signore. La portò al castello col suo cavallo e le disse che sarebbe diventata, finalmente, la sua sposa. Organizzò una gran festa di nozze. Il principe invitò Ardenza a scegliere tra lui o la morte. La Vergine scelse la morte. A questa risposta il principe ordinò ad alcuni suoi fabbri di costruire una gran veste di bronzo, nella quale fece rinchiudere Ardenza. Per tre ore la Vergine cantò: prima gioia, poi pianto, poi agonia, sotto la cappa pesante. E morì.
Passarono mille anni. Quando fu costruito Viggianello mancava il bronzo per le campane. Frugando nei sotterranei di un castello spiritato, fu trovata la strana veste di bronzo, nella quale aveva agonizzato la più bella mante di Dio. Con quel bronzo fusero le campane, le quali, la prima volta che suonarono, cantarono la gioia, il pianto e l'agonia di Ardenza. La voce della Vergine si era impressa nel metallo, e vi era rimasta divenendo anima. Ancora oggi, quando cade l'anniversario della morte di Ardenza, le campane, senza nessuno che le suoni, come mosse dal fiato degli angeli, cantano e piangono e agonizzano con la voce della Vergine di Dio. Nessuno, però, le sente se non è puro come Ardenza.
La grotta di Gesù e Maria
È credenza diffusa che a Viggianello esista una grotta, chiamata di Gesù e Maria, che nasconde un tesoro favoloso. Ogni notte di Natale, al primo tocco delle campane, la pietra si apre e chiunque può entrare e prendere oro. Ma, chi entra, se spinto dall'avidità si piega per tre volte a raccoglie oro, e se il suono delle campane cessa prima ch'egli abbia finito, la pietra della grotta maledetta si richiude e i diavoli si gettano sul corpo del malcapitato. Si dice di un tale, però, che, con gran furberia, messosi d'accordo col sagrestano, al quale fece suonare le campane per tutta la notte, riuscì a prendere oro in grandissima quantità e diventò ricco.
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